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  • Veronica Giovannetti

Sesso e disabilità: la seduzione passa solo da corpi perfetti?



Non può esserci sesso senza attrazione.

Per quanto possiamo convincerci che “la bellezza è dentro alle persone”, non possiamo sottrarci al duro giudizio dello sguardo, degli occhi, che in pochissimo tempo ci portano ad avere la famosa prima impressione di chi ci sta davanti.

Il sesso infatti è spesso ricondotto allo stereotipo dell'attrattività: quindi può farlo solo chi è “bello e perfetto”? Com’è possibile allora che anche i disabili, che ci piaccia ammetterlo o no, abbiano una vita sessuale attiva?

Una prima risposta a questa domanda si può ricercare nel fatto che non esiste solo un’attrazione (https://www.cosicomeviene.it/attrazione-sessuale-amore-romantico-ed-altre-storie-miti-e-stereotipi-sulla-sessualita-parte-2/) di tipo fisico, ma esiste anche la cosiddetta attrazione mentale, a volte addirittura più forte e duratura di quella fisica! Attrazione mentale significa essere attratti da una persona che condivida i nostri stessi valori e passioni, o che semplicemente sia in sintonia con il nostro modo di vedere il mondo.

Non risulta allora strano che anche chi è portatore di una qualche forma di disabilità sia in grado di avere e vivere una sessualità appagante.

La trappola dei canoni di bellezza ( https://www.cosicomeviene.it/immagine-corporea-e-ideale-di-bellezza/ )

La società non manca mai di ricordarci quanto siamo imperfetti, inadeguati e sostanzialmente brutti nella nostra normalità! Siamo continuamente giudicati a partire da canoni di bellezza chiaramente irraggiungibili, cosa che ovviamente influenza il rapporto che abbiamo con il nostro corpo.

Negli anni si sono susseguiti diversi modelli di bellezza che hanno creato pressioni sempre più forti e stringenti. Abbiamo disimparato a valutare il nostro corpo, abbiamo rinunciato a capire se ci piace o meno, ed abbiamo dato all’esterno l’onere ed il potere di giudicarci: se siamo attraenti allora va tutto bene, altrimenti se gli occhi degli altri ci giudicano poco appetibili il nostro corpo è sbagliato.

Questo processo coinvolge prepotentemente anche le persone cosiddette sane, figuriamoci cosa può significare essere continuamente paragonati a modelli di bellezza utopici per un portatore di disabilità!

Siamo solo il nostro corpo?

Secondo il filosofo Maurice Merleau-Ponty, noi non solo abbiamo un corpo, ma siamo il nostro corpo. Il corpo infatti è la prima forma di esperienza dell’alterità: è attraverso il corpo che il soggetto si apre al mondo così come il mondo si apre al soggetto. L’esperienza del corpo è quindi già esperienza dell’altro.

Nelle persone disabili la dimensione corporea risulta ancora più amplificata: vi è quasi un’identificazione forzata con il corpo (inteso come apparato organico difettoso), come se l’intera esistenza del disabile si consumasse completamente nel deficit organico che lo tormenta. Il corpo è la prova del suo essere “difettoso”.

Ovviamente Merleau-Ponty era consapevole del fatto che, in ogni incontro con il mondo e con l’altro, il corpo fa emergere più di un significato, non solo quello relativo alla bellezza e prestanza fisica.

È proprio per questo motivo che la seduzione passa attraverso significati che, pur essendo veicolati dalla corporeità, non si limitano alla mera forma fisica.

Quante volte abbiamo sentito dire “quella persona non è bella ma è affascinante”? Il fascino può essere trasmesso da diversi fattori, come la stima di sé, la sicurezza, l’eleganza, il portamento, il modo di porsi, la gestualità, la presenza, la consapevolezza di sé. Queste non sono semplici dimensioni cognitive, sebbene possano sembrarlo, poiché vengono raccontate dal corpo in ogni momento.

Riscoprirsi attraverso lo sguardo dell’altro

Sartre identifica il punto di incontro proprio nello sguardo, in quel momento in cui due sguardi si incrociano, un Io incontra un altro io. Attenzione però: lo sguardo non si manifesta solo come modalità di contemplazione pura, ma è uno sguardo incarnato e fortemente connaturato dalla corporeità.

Avere un corpo significa avere un’esteriorità, essere in qualche modo esposti e vulnerabili al giudizio dell’altro. Ma proprio lo sguardo dell’altro può donare un significato diverso al nostro corpo, nel momento in cui il disabile non viene visto solo come una vittima, degna solo di pietà, ma come soggetto, restituendogli la sua dignità.

Ogni forma corporea, che sia più o meno aderente ai canoni estetici, ha un valore intrinseco, per questo dovremmo smettere di pretendere che ci sia un solo standard di fisicità e che tutti debbano farne parte.

La bellezza è negli occhi di chi guarda.

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